Private chef a domicilio? Non può (forse) funzionare come modello di business

Chef a domicilio?

Uno dei mercati molto attivi in tutto il mondo è quello degli chef a domicilio.

Già quando stavamo lavorando sul range di offerta di Elation.it mi ricordo esistevano anche in Italia fornitori in grado di coprire aree geografiche più o meno grandi con questo servizio. Ma all’epoca (2006-2009) il problema fondamentale era far aprire ai clienti le porte di un possibile “estraneo”.

Inoltre si faceva fatica a far percepire il valore del servizio offerto, per cui il mercato fu sempre molto freddo: doveva guadagnare lo chef e dovevamo guadagnare noi, e in un business di intermediazione di “persone” i margini sono molto risicati.

In America ovviamente come sempre sono stati precursori anche in questo mercato.

Ma con successi alterni. Anzi, con molti insuccessi.

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ChicChickClub: la triste storia di un fallimento fashion

ChickChickClub logo

Un sito di e-commerce per la vendita online di accessori che fallisce? I casi sono due, o le donne hanno smesso di comprare scarpe e borse – eventualità che non credo si verificherà mai – oppure i creatori di ChicChickClub hanno sbagliato qualcosa. Vediamo cosa.

Questa azienda nasce a Berlino nel novembre del 2011 da un’idea di Team Europe, incubatore e creatore di startup europeo, nonché azionista di Venture Village. Gli utenti di ChicChickClub avrebbero potuto comprare scarpe ad accessori a partire da 49,95 euro.
Con tutti i cataloghi ed i negozi che affollano il web, vi starete chiedendo, cos’aveva di speciale CCC da convincere il pubblico femminile a preferirlo ad altri competitor? La risposta è semplice: uno stockroom personalizzato per ogni utente, inviato via mail ogni mese, perfettamente in linea con le preferenze espresse tramite lo style-quiz che veniva compilato al momento dell’iscrizione. Dietro questo style check maestri di fashion come Séraphine de Lima, Jennifer Hahn e Mads Roennborg.

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Wodache, una carpooling startup a Beijing

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In un periodo dove i fenomeni di car pooling come Blablacar sono sempre più sulla cresta dell’onda, interessante l’esperienza in Cina di tre giovani americani.

Traffico congestionato, inquinamento dei gas di scarico e prezzi del carburante alle stelle. Tre giovani imprenditori hanno provato a trasformare gli incubi peggiori degli abitanti di Beijing in una grande opportunità. Eric Wang, James Hu e Jeff Hsu, infatti, nel 2011, hanno deciso di spostarsi dagli Stati Uniti per andare in Cina e dar vita ad un progetto chiamato Wodache: una piattaforma di carpooling che avrebbe dovuto facilitare la vita ai cittadini della capitale orientale.

L’idea era venuta ad Eric mentre era in vacanza in Grecia nel 2010. Qui, tra mare e spiaggia, lo startupper specializzato in investimenti bancari aveva sentito la notizia di una congestione stradale che partiva dalla Mongolia per arrivare fino a Beijing. “Cose da pazzi”. Eric decise di porvi rimedio con l’aiuto di James, amico di vecchia data che lavorava per la Microsfot, e di Jeff, già dipendente Apple.

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Banters: un’idea interessante ma una cattiva esecuzione. Poteva essere What’s App?

Banters

Quante volte vi è capitato di assistere ad uno scambio di battute memorabile con i vostri colleghi? O di sentire i vostri figli uscirsene con frasi degne di restare impresse negli annali famigliari? O ancora di avere un pensiero speciale e di volerlo condividere e commentare con gli amici? Perché collezionare solo fotografie e immagini di momenti magici e non le frasi più pregne di significato?

Lauren Leto e Patrick Moberg, nel 2010, hanno pensato e sviluppato una startup proprio per realizzare questo sogno: Banters. Grazie a questo sito, infatti, chiunque poteva pubblicare frasi e conversazioni sul web. Inizialmente il servizio si concentrava sugli SMS, ma rapidamente venne adattato per condividere anche chat, e-mail, tweet e molto altro, il tutto su una piattaforma utilizzabile sia su iPhone sia su sistemi Android. L’idea era sicuramente innovativa, ma nel maggio del 2012, con un post pubblicato sul proprio blog, Banters annunciò l’uscita dal mercato.

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Kiko: quando da un fallimento nascono nuove idee e nuovi progetti, anche di successo

kiko

Capita, a volte, che una start up abbia un destino segnato fin dall’inizio perché l’idea di partenza, semplicemente, non è un granché. Capita anche che chi ha avuto questa idea abbia l’intuizione di chiudere prima che sia troppo tardi e, anzi, usare la fine di un’avventura per iniziarne un’altra con esito decisamente migliore. È il caso di Kiko.

Kiko nasce nel 2005 da un’idea di Justin Kan ed Emmet Shear, due imprenditori Internet conosciutisi durante gli studi a Yale, dove entrambi si sarebbero poi laureati. Il progetto consisteva nel creare un vero e proprio calendario on line, realizzato con Ajax, strumento messo a disposizione per codice javascript, facile da utilizzare e gratuito, che desse la possibilità di accedere da dispositivi mobili e di poter condividere i propri impegni con altri contatti. Insomma, tutte quelle cose che facciamo quotidianamente anche con Google Calendar. Continue reading

Imprenditori seriali? Tanti successi ma…. anche flop clamorosi

Alice.com bankrupt

Nameprotect, Jellyfish, BizFilings. No, non sto dicendo parole a caso, sto solo elencando alcune delle startup create e poi vendute da Brian Wiegand, un personaggio da manuale che potremmo quasi definire un “imprenditore seriale”. A questa lista di società si sarebbe dovuta aggiungere anche Alice.com, una piattaforma di vendita al dettaglio di prodotti per la casa. Questa volta, però, la ricetta del successo di Wiegand non ha funzionato e la startup è fallita. Vediamo il perché.

Alice

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Azienda o .. campeggio?!? Il caso Shnergle

Shnergle

Shnergle: sapete cosa vuol dire? Io no. Potete intuirlo? Io no.

Robert Tregaskes e Johnny Bull, due imprenditori inglesi, sostengono però che il termine è ben noto ad oltre 10.000 militari inglesi. E questo, secondo loro, lo rende un ottimo nome per una startup. Peccato che il progetto dei due con i militari non avesse niente a che fare. Che dire? Epic fail fin dal principio.

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